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Chi son? Sono un poeta.
Che cosa faccio? Scrivo.
E come vivo? Vivo.
In povertà mia lieta
scialo da gran signore
rime ed inni d’amore.
Per sogni, per chimere
e per castelli in aria
l’anima ho milionaria.
Talor dal mio forziere
ruban tutti i gioielli
due ladri: gli occhi belli.
V’entrar con voi pur ora
ed i miei sogni usati
e i bei sogni miei
tosto son dileguati.
Ma il furto non m’accora,
poiché vi ha preso stanza
la dolce speranza!

Or che mi conoscete,
parlate voi. Chi siete?
Via piaccia dir?



Scrivo un diario inutile.
senza note, senza parole, senza frasi.
Solo pagine vuote, bianche.
Riempite dalla fluttuazione del nulla quotidiano.
(Alessandro Sebastiano Morandi) ”

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giovedì 30 giugno 2005
ore 09:57
(categoria: "Vita Quotidiana")



Verona, blitz antipedofilia
20 arresti, coinvolti anche genitori

VERONA - E' in corso a Verona un'operazione antipedofilia. Carabinieri e polizia municipale stanno eseguendo una ventina di ordinanze di custodia cautelare in carcere per sfruttamento della prostituzione minorile, violenza sessuale su minori, spaccio di droga e concussione. Un'altra ventina sono le persone denunciate, mentre su altre decine sono in corso accertamenti.

Tra le persone raggiunte dai provvedimenti restrittivi ci sono dirigenti di società responsabili dell'inserimento dei nomadi nel contesto sociale che lavorano con il Comune e vari genitori che avrebbero fatto prostituire i loro figli. Le vittime hanno meno di 14 anni.

Le indagini hanno consentito di accertare che nomadi residenti in città inducevano alla prostituzione minorenni, anche i figli, costringendoli a contattare i clienti, simulando l'accattonaggio, e a spacciare cocaina.

La permanenza in città dei nomadi sarebbe stata favorita da dipendenti di enti assistenziali, patrocinati dal Comune, che, in cambio di denaro, assicuravano la dimora abituale e procacciavano contratti di lavoro necessari per ottenere il permesso di soggiorno.


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mercoledì 29 giugno 2005
ore 18:25
(categoria: "Vita Quotidiana")



Fuggita dal Ruanda, ora aiuta i profughi
Marie Therese, una che ha avuto fortuna


Quando il racconto di Marie Therese arriva al giorno in cui l'Italia le concesse l'asilo politico, resti sorpreso, come se quell'evento fosse un colpo di scena. Eppure era del tutto scontato: Marie Therese è una rifugiata ormai da sette anni, ha trasferito tutta la famiglia in Italia, svolge la sua attività d'assistente sociale con le vittime della tortura. Il fatto che alla fine le sia stato concesso l'asilo politico è, insomma, la ragione stessa per cui è qui da noi e può parlare e vivere.

Ugualmente sorprende. Perché ti rivela che quel punto d'arrivo, apparentemente scontato, è stato raggiunto per una serie di combinazioni del tutto casuali, per una serie di colpi della fortuna, o della provvidenza, per chi ci crede. Certamente non perché esiste un percorso istituzionale idoneo a dare ai perseguitati un futuro.

Marie Therese è una signora ruandese di cinquant'anni, vedova, madre di quattro figli il più grande dei quali, ventottenne, l'ha resa nonna tre anni fa. Nel 1994, quando il marito viveva ancora, era questa la sua famiglia. In più c'era quella d'origine: il padre, la madre e dodici fratelli. Una famiglia benestante e d'elevato livello sociale, tanto che Marie Therese, come molti dei suoi fratelli, aveva studiato all'estero, in Belgio, si era laureata, aveva imparato un paio di lingue. Vivevano a Butare, la sede dell'università, la capitale intellettuale del Ruanda.

Una famiglia mista: il padre hutu, la madre tutsi. Così quando scoppiò la guerra civile e cominciò lo sterminio dei tutsi, Marie Therese e i suoi si ritrovarono in un doppio incubo. Si trattava di combattere - e in guerra morirono il padre e tre fratelli - o di fuggire.

Coi quattro figli, attraversò il confine, raggiunse il Congo e, dopo sei mesi, il Kenia. Da Nairobi telefonò a Bruxelles e prese contatto con l'Unione cattolica internazionale dei servizi, l'istituzione dove aveva studiato da ragazza e per la quale aveva lavorato, come assistente sociale, in Ruanda. Le dissero di partire, di trasferirsi in Belgio. Le avrebbero garantito un lavoro e una sistemazione per lei e per i familiari.

Ecco, a questo punto si è portati a pensare che il racconto sia finito. C'era una famiglia di rifugiati che fuggiva ad uno dei più terrificanti massacri del secolo, e c'era chi, in Europa, era disposta ad ospitarla. Problema risolto? No: non funziona così. Non accadde, infatti.

Marie Therese non aveva documenti, né uno Stato cui chiederli. Dovette compiere un reato: una madre di tre figli, keniana, le diede il suo passaporto. C'erano le foto di una donna e di tre ragazzi neri. Difficilmente le guardie di frontiera occidentali avrebbero notato la differenza. Il figlio più grande avrebbe raggiunto l'Europa, come infatti avvenne, per conto suo.

Con un passaporto del Kenia la meta europea più facile era l'Italia, dove i keniani potevano entrare senza il visto. Ma poiché la polizia dell'aeroporto di Nairobi avrebbe potuto capire che il passaporto non era il suo, Marie Therese e i tre figli minori si trasferirono in Tanzania e da lì presero l'aereo per l'Italia.

Atterrarono a Fiumicino. Era il primo aprile del 1996. Non avevano alcun contatto, alcun punto di riferimento. D'altra parte l'Italia era solo una tappa nel viaggio verso il Belgio. Uscirono dall'aeroporto e salirono su un treno, si ritrovarono a Roma.

E anche a questo punto del racconto, si pensa che finalmente il viaggio di Marie Therese sia finito. No, invece, perché in una situazione come la sua, dopo un ingresso illegale, non si può chiedere come se niente fosse di andare in un altro Stato dell'Unione europea. Anche il Belgio, insomma, doveva essere raggiunto clandestinamente.

Il primo tentativo s'infranse subito, al confine svizzero. Fu un errore, una mancanza d'informazioni. I poliziotti svizzeri, alla vista del passaporto keniano, le dissero semplicemente che non poteva attraversare la frontiera, e la mandarono indietro. Il secondo tentativo finì nell'aeroporto di Francoforte: i poliziotti tedeschi s'accorsero della differenza tra il viso della donna della fotografia e quello di Marie Therese. Capirono, in definitiva, che il passaporto non era il suo.

Fu allora che Marie Therese cominciò a impratichirsi di quei regolamenti che oggi, nel suo lavoro d'assistenza ai rifugiati, incontra tutti i giorni. Le dissero che ce n'era uno, chiamato "il regolamento di Dublino", secondo il quale le richieste di asilo nei paesi dell'Unione europea vanno esaminate dallo Stato che per primo ha consentito l'ingresso del migrante. Marie Therese e i figli, così, furono rispediti in Italia.

E qua, nella storia, c'è un colpo di scena intermedio, che prepara quell'effetto-sorpresa finale. L'aereo decollò dall'aeroporto di Francoforte, atterrò a Fiumicino e Marie Therese si presentò al posto di polizia e finalmente chiese l'asilo politico.

Probabilmente fu per via di quel passaporto non suo (del quale i poliziotti tedeschi naturalmente avevano informato i loro colleghi italiani), forse per la fretta di un funzionario. Chissà. Certo è che Marie Therese e i suoi figli, sopravvissuti al genocidio del Ruanda, si videro notificare un foglio di via.

A volte, per fortuna, il sistema sa correggere i suoi errori. Il foglio di via, dopo un colloquio in questura, fu annullato. Ma che non si sognasse di andare in Belgio: il regolamento di Dublino parla chiaro. La sua nuova patria era l'Italia, e il fatto che lei non conoscesse nessuno, non sapesse parlare la lingua, era del tutto irrilevante. La domanda d'asilo fu accolta all'inizio del 1998. Nel frattempo Marie Therese, era riuscita a inventarsi una nuova vita italiana. La stessa di oggi.

Un giorno si presentò nella sede del Consiglio italiano dei rifugiati. Chiese di parlare con una funzionaria. Le raccontò la sua storia e le disse che aveva studiato da assistente sociale in Belgio. "Dove?", le domandò la funzionaria. "A Bruxelles - rispose Marie Therese - nella sede dell'Unione cattolica dei servizi sociali". Fece anche il nome di qualche suo insegnante. La donna dietro la scrivania davanti a lei era commossa e sorpresa allo stesso tempo: "Anche io, qualche anno prima di te, ho studiato là".

Quell'incontro casuale decise il futuro di Marie Therese, a renderlo felice. Fu assunta dal Cir, cominciò a occuparsi di quelli nella sua condizione. Di recente ha presentato un suo progetto, che è stato approvato, e gestisce una casa di accoglienza per minori a Sezze. Collabora anche al programma del Cir "vittime della tortura". Con pochi mezzi, molta fatica. "In Italia - dice oggi Marie Therese - non esiste una legge sul diritto d'asilo e i programmi di riabilitazione delle vittime delle torture sono affidati sostanzialmente al volontariato".

In definitiva il lavoro di Marie Therese è creare, per il prossimo, circostanze fortunate analoghe a quelle che l'hanno salvata.


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mercoledì 29 giugno 2005
ore 13:35
(categoria: "Vita Quotidiana")



Cani uccisi e riportati in vita
Incredibile esperimento negli Usa

ROMA - Indurre la morte clinica negli esseri viventi per vedere se è possibile riportarli in vita trasformando il sonno eterno in un viaggio andata e ritorno. E' l'incredibile esperimento condotto da alcuni scienziati dell'Università di Pittsburgh, che hanno risuscitato un gruppo di cani dopo aver verificato per tre ore l'assenza di qualunque segnale vitale nei loro corpi.

Sembra uno scenario inverosimile, degno di film come "Linea Mortale" più che della scienza. Eppure, l'istituzione che sta dietro questa ricerca ai limiti della realtà è assolutamente rispettabile: il Safar Center for Resuscitation Research, fondato da Peter J. Safar, universalmente riconosciuto come l'inventore della respirazione bocca a bocca e della rianimazione cardiopolmonare. Un uomo che davvero ha contribuito a riportare in vita migliaia di persone inesorabilmente destinate all'aldilà. Ma l'impresa dei suoi seguaci appare ancora più estrema.

Gli scienziati di Pittsburgh hanno preso un gruppo di cani, hanno svuotato le loro vene e hanno sostituito il sangue con una soluzione salina a 7 gradi centigradi di temperatura. In questo modo, hanno indotto negli animali uno stato di morte apparente: niente respiro, nessuna attività cardiaca, nessun segnale cerebrale. Dopo tre ore in queste condizioni, hanno ripompato il sangue nel corpo delle bestie che, stimolate con elettroshock e ossigeno per rimettere in moto cuore e polmoni, hanno ripreso a vivere, apparentemente senza alcun danno agli organi vitali.

"Condizioni simili si creano già nel caso di particolari operazioni chirurgiche", spiega a Repubblica.it il dott. Sergio Pintaudi, primario di Anestesia e Rianimazione all'ospedale "Garibaldi" di Catania. "Nella cardiochirurgia, ad esempio, l'anestesia permette di ridurre di molto l'attività cerebrale, inducendo per lungo tempo uno stato di narcosi estremamente profondo. Ma non si può parlare di morte cerebrale: in quel caso, sono le cellule dell'encefalo che iniziano a morire, e da quello stato non c'è ritorno".

L'esperimento americano non mancherà di sollevare perplessità e proteste di natura etica e morale. Alcune organizzazioni animaliste hanno già espresso il loro rifiuto nei confronti di questo genere di studi. "Bisognerà capire gli scopi di questa sperimentazione", osserva Pintaudi. "Ottenere di riportare in vita cellule morte, ad esempio, sarebbe un risultato di straordinaria importanza".

I ricercatori del Safar Center conducono i loro studi per indagare la possibilità di interventi in situazioni estreme, ad esempio su persone che abbiano perso ingenti quantità di sangue. Sperimentazioni di questo genere sono viste con estremo interesse dai militari: con la tecnica di Pittsburgh si potrebbe iniettare la soluzione gelata nelle vene di soldati seriamente feriti e lasciarli inerti a lungo, in attesa di soccorsi, senza che i loro organi vitali risultino compromessi.

Ma c'è già chi teme usi meno ortodossi del sistema: qualcuno in cerca di esperienze forti potrebbe sottoporsi al trattamento per un viaggio di tre ore nell'aldilà. Per scenari fantascientifici di questo tipo, comunque, bisognerà attendere almeno fino al 2015, la data indicata dagli scienziati per l'inizio della sperimentazione sull'uomo.


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martedì 28 giugno 2005
ore 17:43
(categoria: "Vita Quotidiana")



Invito a 'stuprare' Pecoraro
su striscione a festa della Lega

ROMA - "La Lega invita a 'stuprare' Pecoraro". L'inquietante sollecitazione è comparsa su uno striscione, affisso ad una festa provinciale della Lega Nord, per l'esattezza a Ponte sul Mincio, in provincia di Mantova. Ne ha riferito oggi la Gazzetta di Mantova, ma la vicenda si è spostata alla Camera, dove il deputato della Margherita, Ermete Realacci, ha sottolineato la necessità di "un'immediata sconfessione di atteggiamenti e culture ridicole, oltre che offensive e pericolose", segnalando che nell'articolo "si fa riferimento alla legittimità dell'invito a stuprare l'onorevole Pecoraro Scanio anche in relazione al fatto che si tratta di un esponente omosessuale".

La Lega, in Aula, replica che "è ovvio che il gruppo della Lega Nord non condivide il testo dell'ipotetico cartello o striscione", come ha precisato il deputato del Carroccio Guido Giuseppe Rossi. Che, comunque, non ha porto alcuna scusa a Alfonso Pecoraro Scanio, e ha osservato la "eccessiva" solidarietà, "esagerata" rispetto a quella, "nessuna", manifestata nei riguardi dei militanti e dei dirigenti leghisti aggrediti a Reggio Emilia dove, davanti alla sede del Carroccio, "sono apparse le scritte 'Bossi crepa' e stelle a cinque punte".

"Sono certo - ha detto Realacci - che questo non appartiene alla cultura dei colleghi parlamentari della Lega qui presenti, alcuni dei quali stimo anche per il loro lavoro". Ma, rivolgendosi al presidente di turno dell'Assemblea, Clemente Mastella, ha sottolineato come "per fenomeni di questo genere sia necessaria da parte di tutti una vigilanza costante e un'immediata, drastica e netta sconfessione di tali comportamenti".

Nella discussione è intervenuto anche il coordinatore dei Verdi, Paolo Cento, che ha parlato di un comportamento "assolutamente incivile" che, al di là dell'offesa, "preoccupa per il messaggio culturale che intende inviare, proprio in un momento in cui nel nostro paese si verificano episodi di violenza sessuale". E, associandosi nella richiesta di un intervento della presidenza della Camera, ha aggiunto: "Mi auguro che da parte della Lega vi sia l'ammissione non solo di una caduta di stile, ma di un errore politico-culturale commesso attraverso un atto di violenza verbale e di sopraffazione".

Alla protesta si sono associati anche Ds e Prc. Al termine del dibattito, Mastella ha fatto propria la solidarietà espressa nei confronti del leader dei Verdi.
"Ritengo che dal punto di vista parlamentare e civile - ha detto - ognuno debba essere garantito nella sua libertà e nei suoi diritti.La violenza, anche in termini verbali o in siffatte manifestazioni, non corrisponde a quella civiltà che invece deve essere sempre felicemente instaurata tra di noi. Quindi, ritengo che la presidenza valuterà i fatti, adottando le opportune e necessarie misure conseguenti".


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lunedì 27 giugno 2005
ore 19:04
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 27 giugno 2005
ore 18:25
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 27 giugno 2005
ore 16:51
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 27 giugno 2005
ore 15:22
(categoria: "Vita Quotidiana")





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lunedì 27 giugno 2005
ore 15:01
(categoria: "Vita Quotidiana")


ieri.bello.



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venerdì 24 giugno 2005
ore 19:35
(categoria: "Vita Quotidiana")



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